Città di Vercelli
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DA EUSEBIO A ENRICO: CHIESA APERTA

Il Centro Episcopale Vercellese

Molti edifici, anche a Vercelli, hanno una lunga storia.
Ma solitamente il volto che presentano a chi li osserva oggi - dall'esterno o dall'interno - è quello dell'ultima trasformazione o ricostruzione.

Se tutti i muri di chiese e palazzi vercellesi fossero privi di intonaco, dall'osservazione delle diverse tessiture murarie e dalla registrazione dei rapporti di anteriorità e posteriorità che le uniscono capiremmo molte cose sulla loro storia, e, certo, su quella della città.
Per non parlare degli arredi e della suddivisione degli spazi interni, che si adeguavano nel passato, e si adeguano tutt'ora, ai tempi e alle mode.

Il Palazzo arcivescovile è uno di quei complessi che ha la particolarità di conservare, mostrandoli al visitatore, tratti risalenti a epoche diverse, che alcuni restauri e l'azione di raccolta e conservazione di molti vescovi hanno tramandato ai posteri.
E ricordiamo pure i lavori in corso per il costituendo Museo diocesano, che vanno portando, ogni giorno in più, alla luce l'originale, volumetria degli ambienti al piano terra e numerosi pregevoli fregi affrescati alle pareti.
Una volta inaugurato, il Museo diventerà uno straordinario scrigno di documenti della storia vercellese, e non solo, ampliando le già considerevoli testimonianze conservate ai piani superiori e offerte dall'architettura stessa.
La Vercelli com'era che si mostra alla Vercelli che è e che sarà.

A caratterizzare l'edificio - a differenza di altri che, col tempo, hanno visto mutare la loro destinazione - è, senza dubbio, la continuità funzionale: ancor oggi costituisce la residenza dell'Arcivescovo.
E' questo il motivo per cui, nei secoli, l'attuale Arcivescovado è stato sottoposto ad un'infinita serie di interventi e modifiche, strutturali e di arredamento: sovrapposizioni che vi sono via via stratificate dando luogo a una intricata matassa di stili, funzioni, soluzioni.

La lunga contesa sorta, per stabilire a chi spettasse il titolo di chiesa madre, fra la primitiva cattedrale di S. Maria Maggiore e la chiesa - in origine basilica funeraria - di S. Eusebio riguardò anche la questione della residenza del Vescovo.
Una svolta nella diatriba si ebbe nel corso del X secolo, quando l'allora presule, forse Attone (924-960), trasferì la sua sede presso la tomba del protovescovo.

Il palazzo di un Vescovo medioevale era tutt'altro che arazzi e quadrerie; la sua residenza era esigua, mentre ben più estesi dovevano essere i locali funzionali: scuderie e fienili, ma, soprattutto, magazzini per conservare la parte della decima, sui frutti della terra appartenente alle pievi diocesane, destinata al Vescovo.
In definitiva, la sede della dimora vescovile si doveva presentare in età medioevale alla stregua di un complesso fortificato, con palizzate e fossati.
E ciò per un semplice fatto: fino all'età comunale la cattedrale di S. Eusebio e gli edifici ad essa annessi erano posti fuori dell'agglomerato urbano.

Accanto al ruolo apostolico, del resto, i Vescovi vercellesi, soprattutto nell'Alto Medioevo, assunsero rilevanti funzioni civili, rimanendo per lunghi periodi l'unica autorità pienamente legittimata presente in città e sul territorio.
Una prima ricostruzione del complesso avvenne, secondo gli studiosi, allo scoccare dell'anno Mille.
Tra le attestazioni documentarie da cui ogni tanto fa capolino, risale al 1152 un documento di cui fu attore il vescovo Uguccione redatto in palatio novo suprascipti episcopi, segnale probabile di una nuova, recente, ricostruzione, forse a seguito dei danni provocati dal terremoto del 1117.
Le sale dell'atrio con volte a crociera costolante risalirebbero, secondo alcuni, ad un momento vicino a questa fase, allo scorcio del XII secolo.

Per circa trent'anni l'edificio dovette sostenere le vicissitudini della storia vercellese, ma a metà del Quattrocento era ormai fatiscente a tal punto da indurre il vescovo Guglielmo Didier, nel 1452, ad avviarne la ricostruzione.
Risalgono a questo periodo alcune antiche tracce rimaste ai nostri occhi, alle quali, con l'auspicio delle indagini archeologiche condotte durante i lavori per la realizzazione del Museo, se ne stanno aggiungendo di più antiche: per ora, sulla facciata esterna dell'edificio, che si affaccia su piazza Alessandro d'Angennes, possiamo ammirare le cornici in cotto di tre grandi finestre al primo piano e, al di sopra, una sequenza di tre polifore.

Il seminario diocesano di Vercelli

La tradizione dell'insegnamento ecclesiastico a Vercelli ha origini assai antiche.
Nel VII sec., un anonimo vercellese parla già di un "Seminarium". Chierici, diaconi e suddiaconi, in età altomedioevale, a Vercelli venivano istruiti da magistri nel porticus Sancti Eusebii, come si legge in alcuni documenti, oppure nella schola Sancti Eusebii, luoghi che, a noi studiosi moderni, appaiono ancora di incerta identificazione.

Una cosa, però, è sicura: nel X secolo, sotto l'episcopato di Attone (924-960), negli Statuta Vercellensi Ecclesiae redatti dallo stesso Vescovo, si parla di una riforma dell'educazione del clero vercellese e si fornisce addirittura l'elenco delle opere teologiche che dovevano essere oggetto di studio.

 




Ma veniamo, finalmente, al nostro Seminario Diocesano, fondato nel 1566 dal cardinal Pietro Francesco Ferrero nella casa annessa alla chiesa di S. Pietro alla Ferlae dotato delle regole del seminario, già avviato, di Verona.
La sua nuova sede, che si affaccia su S. Eusebio, fu voluta dal vescovo Francesco Bonomi (1572/1587).
La parte più antica dell'edificio, compiuta nel 1730, è quella corrispondente al cortile interno, le cui linee furono disegnate dall'architetto messinese Filippo Juvarra.

La facciata principale era quella, oggi nascosta, che si mostra sul retro del complesso, verso sud.
E' in laterizio, a tre piani e ripartita da due robuste lesene.
Attraverso la porta centrale, che, in origine, doveva essere assai più ampia, come testimoniano le due alte colonne murate, si accede al cosiddetto lavabo.
Si tratta di una grande scala rettangolare ad arcate, retta da quattro colonne, che era il luogo di accoglienza di coloro che accedevano all'edificio e lì si potevano rinfrancare alle due fontane, o "lavabi" appunto, che ancora restano, nella loro forma originale barocca, in marmi policromi.

Il cortile interno, a pianta rettangolare, si snoda su due piani.
In basso, il porticato è retto da semplici colonne doriche, mentre, al primo piano, in corrispondenza di ogni arcata inferiore, si apre una finestra alternata con una porta-finestra, ornate da balconcini con leggere ringhiere in ferro battuto.
Il tutto è impreziosito da delicati stucchi, secondo i dettami dello stile barocco.

Di minore interesse è, infine, l'ala nord dell'attuale complesso.
Cortile e porticato furono edificati tra il 1842 e il 1845 su disegno dell'architetto Caronesi e dell'ingegnere Leone.
Dopo i recenti restauri, conclusi nel 1994, il palazzo del Seminario, dove da anni, ormai, non si tengono più corsi di Teologia, è stato trasformato in sede degli uffici della Curia arcivescovile e nei suoi locali si trova, oltre alla sede delle Biblioteche Agnesiana e del Seminario e dall'Archivio della Curia Arcivescovile, anche la redazione del settimanale diocesano "Corriere eusebiano".

Sulla facciata interna poi, ma ad una altezza non corrispondente alle precedenti, si intravedono, murate, una pentafora con tracce di colonnine in pietra ed altre varie aperture.
La ricostruzione avviata dal vescovo Didier fu continuata dai suoi successori, soprattutto dai presuli espressi, nel corso del Cinquecento, dalla famiglia Ferrero.
A memoria di questi interventi, restano gli stemmi e le iniziali decorate dai vari promotori negli ambienti oggetto delle loro attenzioni.

Viene invece normalmente sostituito, allo scoccare di ogni successione, lo stemma posto al di sopra del portone d'ingresso, e con esso il motto prescelto dal Vescovo consacrato.

Il complesso, costituito da un'ala addossata al Duomo e da un trapezio a due piani intorno a due spazi aperti, comprendeva, al suo interno, almeno due ambienti consacrati al culto.
Un oratorio era dedicato a S Ambrogio, testimoniato oggi da un affresco della Vergine col bambino vestito di rosso sulla parete destra dell'atrio, da alcuni lacerti di fregi quattrocenteschi a da un'altra Madonna, più tarda.

Al primo piano, invece, la cappella, un tempo dedicata a S. Giorgio e attualmente all'Annunciazione, ha subito gli ultimi restauri nel 1992; all'altare, commissionato da mons. Pietro Solaro (1743/1768), è visibile una Annunciazione del contemporaneo Francesco Antonio Mayerie (1710/1782), pittore di origini praghesi, a lungo attivo in Piemonte: recentemente a questa e alle altre tele conservate nella cappella è stata unita, del medesimo pittore, una Assunzione della Vergine con S. Giovanni Battista proveniente dalla pericolante S. Maria Assunta di Lucedio.
Ancora da segnalare in questa cappella un'Assunzione della bottega di Giuseppe Giovenone il Giovane (1524-ca./1603-1608), collocata fra le finestre.

Nel piccolo vano retrostante l'altare, adiacente l'abside della cattedrale, si conserva la tamponatura di uno dei finestroni che davano luce al coro di S. Eusebio, frutto dell'antico progetto di Pellegrino Tibaldi, otturati nel Settecento.
Pare che le colonne di queste aperture, immorsate nella muratura e nella volta del piano superiore, provengano dalla fabbrica dell'antica basilica eusebiana, completamente ricostruita a partire dalla fine del Cinquecento.

Naturalmente le sale ove si concentrarono le attenzioni dei Vescovi furono quelle di rappresentanza, dove essi erano soliti concedere udienza e ottemperare alle proprie funzioni.
Poste al primo piano, vi si accede salendo un ampio scalone, a metà del quale è stata collocata una Deposizione, proveniente dal Monastero della Visitazione.

La sala del Trono conserva la serie dei Vescovi, dipinti entro medaglioni che portano i rispettivi nomi (quando noti) e il periodo di reggenza.
I dipinti, insieme alle pareti e al soffitto, furono restaurati da monsignor Teodoro Valfrè di Bonzo (1905/1917).
L'ambiente è stato adibito a pinacoteca.

 

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