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LE SETTE MERAVIGLIE DI VERCELLI

Curiosando nella Biblioteca Capitolare

Sono ben più di sette le meraviglie di storia, arte e cultura, che, da secoli, trovano ricetto nel protetto scrigno della Biblioteca Capitolare e dell'Archivio del Duomo di Vercelli.
Una ricchezza, quella tutelata dai Canonici vercellesi da tempo immemorabili, in grado di suscitare entusiasmi tanto negli esperti quanto nei profani amanti del bello.

Per questo è difficile, ogni volta che ci si accosta al sancta sanctorum della cultura medioevale vercellese, tracciare un percorso che, gettando luce su taluni documenti, ne lasci in ombra altri, essi pure illustri e pregiati.
Ma tant'è, un itinerario vale comunque la pena di essere tracciato; ed ecco che, dunque, la nostra attenzione si concentrerà, attraverso un percorso cronologico, a porre sotto una luce propizia alcuni esempi della preziosa riserva culturale che trova, oggi, ancora dopo secoli, la sua prestigiosa collocazione nella Biblioteca della Cattedrale di Vercelli: antichi manoscritti, pergamene uniche e oggetti d'arte ed oreficeria sono documenti insigni del florido e fervente passato culturale vercellese, di una Vercelli medioevale in cui lettere e fede costituivano un binomio sacro ed inscindibile.

La prima e più antica attestazione di cultura manoscritta vercellese, tutt'oggi conservata nella Biblioteca Capitolare, affonda simbolicamente le sue radici nei primordi del Cristianesimo eusebiano: il Codex Evangelorum, contrassegnato, nell'ordinamento archivistico, dalla lettera "A", fu scritto, secondo la tradizione imposta dalla Vita Antiqua di S. Eusebio (IX secolo), dalla mano stessa del santo intorno all'anno 345, quando egli trovò rifugio a Crea durante l'esilio dalla sede vescovile a cui fu costretto dagli eretici ariani. Ecco quanto si legge sull'antico testo agiografo: "Ubi (in castro Credonensium Eusebius) etiam adhuc longius degens Evangelium Christi propria manu scriptis".

Il Codex Vercellensis, che, in verità, gli studiosi ritengono opera commissionata e non scritta da S. Eusebio, è comunque unanimemente riconosciuto come la più antica traduzione dei quattro Evangeli dalla lingua greca al latino, voluta dal santo per poter disporre di un corpus scritturale in lingua nota all'occidente come strumento di conversione ed evangelizzazione per le popolazioni liguri dell'area nord-occidentale dell'Italia tra cui egli fu inviato come missionario.

Il codice pergamenaceo, che consta 634 pagine, ha fogli di piccole dimensioni (255x160 mm.), una forma quasi da "manuale"; è scritto su due colonne in caratteri onciali.
Dal punto di vista paleografico, la particolarità del manoscritto sta proprio nel fatto che è una delle più antiche attestazioni a noi note del nuovo genere di scrittura "onciale", che si andò imponendo dalla prima metà del sec. IV e che segnò il passaggio della scrittura normale latina da maiuscola a minuscola corsiva.

Altrettanto significativo è, per noi, il valore devozionale del manoscritto: fin dall'antichità esso fu considerato una vera e propria reliquia.
Era consuetudine per i Vercellesi prestare giuramento su questo sacro testo perché, come attesta ancora una volta la Vita antiqua, "si aliquis seductus a diabolo falsum super eum sacramentum fecerit, citius super eum plaga corporis ostenditur (se qualcuno, sedotto da forze diaboliche, avesse prestato falso giuramento su di esso, immediatamente sarebbe apparsa su di lui una piaga)".

uest'uso, però, minò gravemente le pagine del codice: su alcune di esse è possibile scorgere l'impronta del palmo delle mani che hanno via via cancellato l'inchiostro.

Tra l'inizio e la prima metà del X secolo, quando ormai il prezioso manoscritto svolgeva la sua funzione di reliquia da oltre mezzo millennio, giunse ad arricchirlo ulteriormente un prezioso dono: la splendida rilegatura costituita da due lamine sbalzate di argento dorato chiodate su legno, realizzata da una scuola orafa locale. Sul piatto anteriore è rappresentato S. Eusebio in piedi, che regge con la mano sinistra un libro delle Scritture, inquadrato lateralmente da un bordo decorativo, tipicamente locale, a tralci intrecciati e, in alto e in basso, dalla scritta: "PRAESUL HIC EUSEBIUS SCRIPTIS SOLVITQUE VETUSTAS: REX BERENGARIUS SED REPARAVIT IDEM (ARGE)NTUM POSTQUAM FULVO (...)MPSIT ET AURO: ECCLESIAE (PRAES)UL OPTULIT IPSE TUAE".

Fu dunque re Berengario d'Ivrea a donare la preziosa legatura, ma gli studiosi non hanno ancora risolto la reale attribuzione dell'omaggio: non è chiaro, perché i dati storici in nostro possesso non sono esaurienti, se si tratti di Berengario I (888-915) o di Berengario II (950-961).
Ma, se fosse fondata la seconda ipotesti, la rilegatura potrebbe essere considerata come un degno preludio alla fantastica stagione dell'oreficeria ottoniana, che trionfò, di lì a poco, a Vercelli con il Crocefisso in lamina d'argento del vescovo Leone.

Quattro secoli di storia separano il Codex Evangeliorum di S. Eusebio dal codice CLXXXVIII, contenente la raccolta delle Costitutiones Longobardorum le leggi del popolo longobardo fino al regno di Liutprando (748-760).

E' anch'esso un manoscritto di importanza indiscutibile, il secondo per antichità rispetto a tutti i codici contenenti lo stesso testo noti agli storici del diritto medievale.
Proviene certamente da Pavia, capitale del regno longobardo, ma non si sa ancora per quale via.

Altrettanto ignote sono le sorti della provenienza di due interessantissimi manoscritti, croce e delizia di tanti studiosi di storia della miniatura, provenienti dall'area orientale della Pianura Padana.
Si tratta del codice CCII, contenente il Liber definitionum scientiarum (Origines o Etymologiae) di Isidoro di Siviglia, copiato all'inizio del IX secolo, e del codice CXLVIII, che conserva la sessanta Homiliae in Evangelia di papa Gregorio Magno, scritto qualche decennio dopo, ma da sempre nel IX secolo.

Entrambi, secondo i più recenti studi, provengono dal monastero benedettino di Nonantola (Modena) e si caratterizzano per una bella scrittura precarolina.

Il primo, contenente l'opera di Isidoro di Siviglia (560-636), una vasta enciclopedia di tutto lo scibile umano medievale, è detto anche Apollo medicus dalla ricca miniatura in cui il dio Apollo è raffigurato in cattedra all'inizio del 4° libro De medicina.
Il secondo reca una grande quantità di capilettera, anticamente in argento e oro, e tre miniature a pagina piena di cui una, al foglio 7v, ritrae forse lo stesso donatore del codice, in abito diaconale, indicato come "David Pertus" che, accompagnato da San Pietro, presenta il volume al Cristo in trono, raffigurato nella pagina a fronte.

Dopo aver compiuto un balzo cronologico, il nostro percorso ideale attraverso la Biblioteca Capitolare vercellese si snoderà, ora, attraverso un più canonico viaggio nello spazio, per andare a rintracciare le origini di un codice che, grazie alla sua rarità, porta il nome di Vercelli sulla bocca di tanti studiosi in tutto il mondo.

Si sta parlando, è ormai facile intuirlo, del Vercelli Book archiviato con il numero CXVII, uno dei rarissimi codici manoscritti in lingua anglosassone antica fino ad oggi noti.
Ad esso vanno accostati non più di altri sei manoscritti: quello di Exeter, quello di Caedmon, quello di Beowulf e altri tre attualmente conservati ad Oxford (Junius 121, Hatton 113 e Hatton 114).

 

 

 


Illustre oltre che per il suo interesse linguistico, anche per la sua antichità, il codice è redatto su pergamena in scrittura "insulare" databile intorno alla metà del X secolo.
E' scritto in un dialetto sassone occidentale, parlato nel sud-ovest dell'Inghilterra, con qualche elemento dialettale della Mercia e del Kent e numerosi elementi anglici.
Una tale commistione di motivi linguistici si trova anche nel gruppo di codici di Oxford, scritti nel monastero di S. Maria di Worcester e contenenti le omelie di Wulfstane I (1003-1016); per questo si può forse stabilire una probabile provenienza, anche per il nostro manoscritto, dalla scuola di Worcester o da un'area limitrofa.

Fu redatto con uno scopo parenetico e liturgico, finalizzato all'intento pratico della predicazione pubblica: contiene, infatti, sei poesie di tema religioso, apparentemente scritte per determinate solennità ecclesiastiche, e ventitré omelie in prosa.

La sua presenza a Vercelli è ancora oggi, per noi, un vero e proprio mistero: verso la metà dell'Ottocento la critica, che l'aveva da poco scoperto, lo considerava un dono del cardinal Guala Bicchieri (+1227), fondatore di Sant'Andrea, portato a Vercelli al suo ritorno dalla missione in terra inglese tra il 1216 e il 1218.

L'ipotesi è andata dissolvendosi già all'inizio del nostro secolo: chi avrebbe potuto donare ad un altro prelato, ambasciatore del pontefice, un codice privo di decorazioni sontuose, redatto da una scrittura antica certamente, ma poco nota e non piacevole all'occhio raffinato abituato alle "caroline" d'età romantica e pronto a celebrare le "gotiche" universitarie?

Il manoscritto, inoltre, non riservava un contenuto utile nelle grandi solennità liturgiche e che, fra l'altro, proponeva una lingua ormai da tempo scomparsa dall'uso britannico, ignota totalmente anche agli isolani inglesi.
Ben misero dono sarebbe stato, se non addirittura un oltraggio.

Ecco, dunque, che gli studiosi moderni hanno accolto una nuova ipotesi, sulla scorta di un'intuizione di monsignor Giuseppe Ferraris, insigne studioso locale e per decenni custode della Biblioteca Capitolare: il codice dovrebbe essere giunto a Vercelli probabilmente ad opera di un chierico pellegrino sassone.
Egli, in sosta in città presso l'Ospedale di S. Brigida degli Scoti (situato allora nei luoghi dell'attuale conento di S. Maria di Loreto, in piazza D'Angennes), sarebbe morto durante il terremoto del 13 gennaio 1117, narrato come evento catastrofico, fra l'altro, dal Chronicon Oxoniens.
Il suo nome Pashen Scotigena, si legge fra le note del Necrologio eusebiano del cod. LXII, che indica i benefattori della diocesi vercellese a cui ogni anno, in memoria della dipartita, erano tribunati onori liturgici e ricordo nella preghiera.

Il grande interesse che si concentra su questo volume ha fatto sì che proprio a Vercelli, negli scorsi mesi, fosse organizzato, dalla locale facoltà di Lettere, un interessante Convegno di Studi per gettare qualche nuovo squarcio di luce su questo prezioso cimelio della cultura europea, vanto della nostra città.

Ma se gli influssi esterni tanto hanno potuto illustrare il patrimonio della cultura vercellese, la stessa città di Vercelli ha offerto, nei secoli, preziose testimonianze artistiche: fra queste va ricordato un altro oggetto-simbolo dei tesori del Capitolo di S. Eusebio: il Liber Evangeliorum contrassegnato dalla lettera "C", che unisce in sé il pregio di un manoscritto lussuosamente miniato a quello di un'eccellente opera di oreficeria.

E' databile fra il 1190 e il 1200, fu realizzato appositamente per la chiesa vercellese e contiene la raccolta delle letture evangeliche per le feste solenni dell'anno liturgico.
I brani scritturali sono accompagnati ed illustrati da quindici preziose miniature a pagina piena o a mezza pagina, ritenute di mano vercellese.
Una posizione di rilievo riveste, è chiaro, la scena del martirio di Sant'Eusebio secondo la narrazione della Vita Antiqua, che denuncia fra l'altro l'origine locale del codice.

Opera di orafi piemontesi o lombardi è anche la preziosa rilegatura, in tavole di legno rivestite da lamine d'oro e d'argento: sul piatto anteriore, più antico, su lamina d'argento è rappresentato l'arcangelo Michele.
La faccia posteriore è laminata d'oro, ornata con gemme e smalti cloisonné raffiguranti il Crocifisso, al centro, circondato da simboli dei quattro Evangelisti e dalle raffigurazioni del Sole e della Luna.

Il codice fu commissionato appositamente per l'usum liturgico locale dal Capitolo dei canonici o addirittura dallo stesso vescovo, a quell'epoca sant'Alberto (1185-1204).

E veniamo all'ultima, entusiasmante tappa del nostro itinerario, alla testimonianza concreta che Vercelli, al crocevia dell'Europa, mostrava, nei secoli passati, un poliedrico volto culturale.
Nella Biblioteca Capitolare è conservato uno straordinario documento della concezione del mondo in età medioevale: una pergamena di colore bruno ingiallita, macchiata d'inchiostro, lacerata ai lati dall'umidità e, in alcuni punti, incenerita, di forma ovale di centimetri 84x70-72.
E' dipinta con inchiostro di quattro tinte che si alternano a descrivere l'orbe terraqueo: il color seppia per l'orografia, il verde per l'idrografia, il nero e il rosso per le legende e le decorazioni.

Dalla scrittura, dai confronti con altri preziosi manufatti di questo genere e da alcuni elementi interni è databile tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII, prima, cioè, di altri due mappamondi di genere affine, quello cosiddetto di Ehreford e quello di Ebstorf.
Il primo, realizzato tra il 1260 e il 1283, è attribuito a Richard Haldingham e conservato nella cattedrale di Ehreford.
Il secondo, più antico, pare sia stato opera dell'inglese Gervasius di Tilbury; viene riferito al 1230-1250 e fu ritrovato nel 1830 nell'archivio del convento benedettino di Ebstorf, presso Hannover, dove andò distrutto nel 1943.

Rispetto a questi, il Vercellese si distingue per una minore aderenza ai canoni artistici: si deve essere necessariamente ispirato ad un modello più antico e rozzo rispetto a quello dei due più recenti.
Nella nostra raffigurazione, l'orbe terrestre si dispone alla maniera tipica dei mappamondi medievali: in forma di O che racchiude al suo interno una T con il braccio sinistro più lungo di quello destro: nel settore sinistro in basso è rappresentata l'Europa, a destra l'Africa e in alto l'Asia.
Europa e Africa sono separate dal Mar Mediterraneo, la cui estensione è per la maggior parte occupata dalle isole.
Tutta la corona dell'ovale, al margine esterno, è costellata dalle "isole fantastiche" che si credevano circondare il mondo noto.

Attraverso questa immaginaria visione del mondo medioevale, siamo, infine, pervenuti in conclusione del nostro viaggio, alla parziale, ma stuzzicante, riscoperta dei "tesori" del Capitolo vercellese. Anche noi, come già altri storici vercellesi, vorremmo ispirarci ad un'antica nota suggellata fra le pagine di uno dei tanti codici della Capitolare il CLVIII: lo scriba giunto all'ultima delle oltre 350 pagine delle Ricognitiones Clementi, paragonò l'ultima parola del suo scritto al porto sicuro a cui approda il navigante: "Quemadmodum naviganti portum ita scribtori novissimum verbum".

Ma concedeteci almeno che l'ultima parola di questo scritto sia solo la prima di tante da spendere per far luce più chiara intorno alle meraviglie della nostra cultura, troppo spesso celate nell'ombra di una chiusa biblioteca.

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