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DILECTISSIMIS
FRATIBUS
Alle
radici del Cristianesimo piemontese
Marmor de gess
Statuv de bonbon
Cupola de strass
Baldachin de papé
Sont i quarter meravej
Del Dom de Versé
E'
così che nell'Ottocento i Novaresi si vendicavano del
lazzi dei Vercellesi che criticavano il campanile di Galliate,
incompleto, fornito di campane, ma privo della cella campanaria.
Quale
monumento vercellese avrebbe potuto ispirare meglio i Novaresi
in risposta a queste provocazioni se non il Tempio per eccellenza,
il nostro Duomo?
Né gli uni né gli altri cittadini erano dissacranti,
ma per comprendere lo spirito delle provocazioni bisogna innanzitutto
fare un salto indietro nel tempo, quando i Novaresi vedevano
la nostra cattedrale ben diversa rispetto all'attuale.
Se
gli occhi della gente semplice del contado, che veniva in città
per la grandi funzioni, si fermavano estasiati a fissare la cupola
in tela e carta di Fabrizio Galliari, prima il Larghi portasse
a compimento quella odierna, sicuramente quella di acuti critici
non potevano sorvolare su quella stessa cupola de strass,
eretta in prospettiva, o sul finto marmo delle grandi colonne
della navate centrale, cioè il marmor de gess,
o sui quattro rilievi del Bernero in scagliola e non in marmo,
sullo statuv de bonbon o ancora sul Baldachin de papé,
il grande baldacchino sull'altare maggiore che si diceva in legno
e cartapesta.
Questo
aneddoto non può non farci riflettere sul ruolo che una
cattedrale ha nella storia di una città.
Ogni fenomeno artistico o storico è una meravigliosa sintesi
della storia di uomini e, nel caso di una chiesa, è anche
la testimonianza viva di un intrinseco valore spirituale, che
lotta contro i preconcetti delle epoche, le difficoltà
economiche, i limiti degli uomini nell'arte e nella conoscenza.
Il
nostro Duomo, con la sua storia così ricca e complessa,
continua ad essere un fenomeno in divenire, soggetto a cambiamenti,
che possono essere macroscopici, come i grandi restauri, oppure
microscopici, come un atto di fede quotidiano suggellato da una
candela accesa.
Questi
cambiamenti possono mutare la storia, arricchendola di nuovi
particolari, ma non mutare la natura intrinseca del Duomo, quasi
eterna, fissata una volta per tutte nel periodo tardo-antico.
La ricerca storica talvolta non può fare a meno di un
grande sforzo di immaginazione.
Questo sforzo permette all'uomo contemporaneo di calarsi in una
realtà solo diversa dalla sua.
Per
comprendere il Duomo nella sua complessità, bisogna calarsi
addirittura nell'epoca romana, quando l'area su cui esso, in
seguito, sorse era quasi desolante, extraurbana ed adibita a
necropoli.
La parola necropoli significa "città dei morti",
dal greco nekros, "morto" e polis, "città".
Con l'avvento del Cristianesimo, impostosi a fatica, tra le persecuzioni
e il sincretismo con le antiche religioni pagane, le necropoli
incominciano ad accogliere sepolture diverse, cioè quelle
dei Cristiani, che manifestano la loro fede attraverso le iscrizioni
e il rifiuto della sepoltura per incinerazione, piuttosto diffusa,
presso i romani, accanto a quella di inumazione, l'unica scelta
possibile per i Cristiani, che credono nella risurrezione della
carne.
Tale
elemento, unitamente ai contenuti espressi nelle epigrafi, che
sostituiscono le sentenze di filosofia spicciola e popolare sulla
brevità della vita utili ad esorcizzare la paura della
morte, fa sì che la necropoli si trasformi in cimitero,
parola che deriva anch'essa dal greco, da koimano, che
significa "dormire".
Di fatto non cambia l'uso del territorio, ma cambia profondamente
il significato dell'uso.
Proprio
in questa transizione va letta la nascita del Duomo. Dalle relazioni
dei lavori condotti nel 1570, infatti, risulterebbe possibile
l'identificazione di una stratigrafia composta da tre livelli
di sepolture.
Tra
le sepolture cristiane dello strato più recente vi erano
tombe di fedeli particolari, grazie alla cui abnegazione si diffuse
il Cristianesimo.
Questi fedeli speciali erano dapprima identificabili con i martiri,
cioè coloro che, nel periodo delle persecuzioni, avevano
testimoniato la loro fede fino alla morte.
Quando
poi il Cristianesimo diventò religio licita, cioè
religione accettata dall'Impero Romano, furono identificati con
i confessori, cioè i fedeli che avevano testimonianza
della propria fede conducendo una vita santa.
Di solito le loro tombe subivano un processo di monumentalizzazione,
affinché i vivi, recandosi in pellegrinaggio al luogo
reso santo dalle sacre spoglie, potessero trarre esempio e chiedere
l'intercessione.
Fu
così che S. Eusebio, il primo vescovo di Vercelli
e del Piemonte (345-371), fece costruire un edificio, una memoria,
in onore si S. Teonesto, martire della Legione Tebea sepolto
lì, sotto il nostro Duomo.
Secondo la consuetudine dell'epoca, Eusebio, morto confessore
e non martire come tramanda la sua Vita Antiqua del IX
secolo, venne sepolto accanto aTeonesto; quel terreno fu considerato
sacro dai primi fedeli vercellesi.
Il
passo successivo fu quello di costruire una grande basilica per
monumentalizzare ulteriormente quel luogo santo.
Purtroppo le fonti storiche e la continuità di insediamento
del sito non permettono una visione lucida delle prime fasi.
Benzone d'Alba, vissuto alla fine del XI secolo, quindi in epoca
decisamente posteriore all'erezione del nostro Duomo, tramanda
che venne costruita per volontà dell'imperatore Teodosio
(379-395).
Sicuramente
alle primissime fasi di questo tempio fu legato il nome di Albino,
vescovo di Vercelli, che, intorno alla metà del V secolo,
era intervenuto sulle sorti dell'edificio.
Dal
punto di vista architettonico, Il Duomo fu terminato nel secolo
successivo, grazie all'intervento del vescovo Eusebio II.
La chiesa aveva una vocazione cimiteriale; essa infatti non era
stata costruita come "cura d'anime", in cui i fedeli
potessero ricevere ordinariamente i Sacramenti, ma per onorare
un santo eccezionale, con celebrazioni liturgiche legate alla
presenza delle sue reliquie.
L'accesso
al Duomo, nel VI secolo, era permesso soltanto ai fedeli che
compivano un percorso liturgico-rituale.
Tutto suggeriva sacralità: l'imponenza delle tre navate
divise da file di nove colonne ciascuna, i mosaici decorativi
con scene del Nuovo Testamento e della vita d'Eusebio, capaci
di stimolare nei più, che erano analfabeti, riflessione
e sussiego.
Percorrendo
infatti la linea ingresso-presbiterio, dove riposavano le spoglie
di Eusebio, lo stesso fedele si trovava di fronte a un grande
arco trionfale, preludio della zona sacra interdetta al popolo.
L'arco fungeva da imponente cesura fisica, capace non solo di
distinguere architettonicamente le due parti dell'interno, ma
anche di suggerire un limite invalicabile e psicologico, ricordando
la piccolezza dell'uomo, in contrasto con la grandezza del santo.
L'abside, orientata, era ornata di un ricco mosaico.
Poco
si conosce dei cambiamenti capillari e costanti che il Duomo
subì nei primi secoli della sua esistenza.
Una modifica sostanziale avvenne però in X secolo, sotto
l'episcopato di Attone, quando si decise di munire la
chiesa di un battistero, rispondendo non solo all'esigenza dei
Vercellesi, ma anche a quella dei pellegrini medievali che, arrivati
al luogo santo della sepoltura di Eusebio, ritenevano fondamentale
ricevere lì i Sacramenti, quasi avessero maggior validità.
Il
battistero, completato sotto il vescovo Ingone (960-971),
definì il Duomo non soltanto come chiesa cimiteriale,
ma anche destinato alla cura d'anime.
Sulla scia dell'esigenza di completezza, in tal senso, venne
costruito nel XII secolo il campanile, sotto il vescovo Uguccione
(1151-1168).
Dalle
fonti a disposizione emerge che, al di là di questi due
cambiamenti fondamentali, la basilica restò pressoché
immutata sino al 1570, anno in cui, grazie all'irruente decisionismo
del Cardinal Guido Ferrero, incominciarono i lavori di
restauro della struttura ormai fatiscente.
Viste le continue dilazioni dovute al disaccordo dei canonici,
il Cardinale fece abbattere nella notte tra il 22 e il 23 dicembre
la zona del presbiterio, rendendo a questo punto davvero inevitabile
il restauro.
Lo
sconcerto dei canonici dovette essere grande, poiché,
oltre ad essere stato profanato il luogo più sacro del
tempio cristiano, vennero distrutte opere d'arte testimoni di
una fede remotissima.
Tra queste, il pergamo del XII secolo, mentre fu danneggiato
lo splendido Crocifisso in lamina d'argento sbalzata che sin
dai tempi del vescovo Leone troneggiava appeso all'arco trionfale.
Il
Cardinal Ferrero, una volta distrutto il coro, affidò
i lavori all'architetto Pellegrino Tibaldi, grazie al
cui intervento fu possibile ricostruire in otto anni il nuovo
coro, le due cappelle laterali e le due sacrestie.
I lavori, tuttavia, vennero sospesi per mancanza di fondi, e
si proseguì piuttosto nell'opera di finimento e decorazione
dei nuovi altari.
Soltanto
nel 1682 la fabbrica del Duomo riprese con la costruzione di
una grandiosa cappella aperta sulla navata destra , per volontà
di Madama Reale Giovanna Battista di Savoia, per dare degna sepoltura
al Beato Amedeo IX di Savoia, morto nel 1472 e già
sepolto in cattedrale per sua stessa volontà.
Fu Michelangelo Garove a portare a compimento l'opera.
I
lavori legati alla struttura generale della cattedrale, invece,
ripresero nel 1702, anno in cui terminarono quelli della cappella
suddetta, e durarono fino al 1717, sotto la direzione del capomastro
Stefano Negro.
In questo periodo furono ricostruite le tre navate e il transetto.
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Soltanto
nel 1757 si riprese ancora una volta la ricostruzione della basilica,
con l'edificazione delle due ultime campate e del pronao, grazie
agli architetti Benedetto Alfieri e Luigi Barberis.
I lavori furono ultimati nel 1763, anno in cui incominciò
la costruzione di una grande cappella laterale sulla navata sinistra,
simmetrica a quella del Beato Amedeo, in cui avrebbero dovuto
riposare la spoglie del protovescovo Eusebio. Dapprima fu eretta
su disegno del Barberis, ma fu completata, quasi vent'anni dopo,
dall'architetto Giuseppe Locarni.
Nel
1860 fu eretta la monumentale cupola, degna copertura per la
cattedrale che nel 1817 venne dichiarata metropolitana e che
nel 1834 ottenne, grazie all'arcivescovo Alessandro d'Angennes,
lo scenichio e la campana, cioè le insegne basilicali.
Oggi
chi arriva al Duomo dalla stazione ferroviaria si imbatte in
una grande facciata neoclassica, antistante il pronao, chiuso
in cancelli di ferro battuto disegnati nel 1893 dai Locarni.
Nella
parte superiore troneggiano le tredici statue degli apostoli
e di Gesù, mentre le altre furono realizzate dal Villa,
dal Butti e dall'Argenti. Nell'aiuola antistante piazza d'Angennes
si trovano invece i busti di bronzo di tre personaggi legati
alle vicende storiche del Duomo: Felice Frasi, maestro di cappella
nell'800, lo scultore Ercole Villa e il pittore Carlo Costa.
A
questo punto non ci resta che entrare in Duomo, ricercando le
testimonianze di secoli di fede, d'arte e di storia.
L'accesso
della porta della navata destra scandisce un percorso quasi circolare.
Il primo altare a destra è dedicato a S. Onorato
nel porgere il viatico a S. Giovanni Nepomuceno, santo
boemo, invocato nelle piene alluvionali.
Sul muro destro della cappella sono poste la lapide e il busto
di Don Secondo Pollo, cappellano degli Alpini morto nel 1941
e traslato in Duomo nel 1968.
Sul
transetto si apre la monumentale cappella barocca del Beato Amedeo,
in cui si conserva il Crocefisso dell'XI sec.
E una tela di Daniele Seiter, che raffigura il beato Amedeo nell'atto
di distribuire i pezzi del collare dell'Annunziata ai poveri.
Il
Crocefisso monumentale del Duomo
Fu
Leone, vescovo di Vercelli nell'anno Mille a commissionare
il grande Crocefisso romanico, che si trova attualmente
in Duomo, nella cappella del Beato Amedeo.
Si
tratta di una grande croco in legno, ricoperta da una lamina
d'argento lavorata a sbalzo, appoggiata su un composto di gesso,
coccio pesto, resine vegetali e oli essiccati.
La croce, oltre ad essere vexillum regis, serve da supporto alla
rappresentazione del Cristo in posizione frontale con la testa
incoronata e reclinata, finemente lavorata nei capelli e nella
barba.
Gli occhi sono aperti, realizzati in smalto cloisonné
e inquadrati dalle sopracciglia lavorate a niello.
Le
braccia sembrano piuttosto legnose in contrasto con le mani affusolate.
I valori plastici della scultura sono soprattutto nel torace
e nelle pieghettature del perizoma, movimentata dalla bicromia
oro-argento.
Le gambe, di una levigata sfericità, terminano con i piedi
disposti parallelamente su un suppedaneo triangolare.
La
croce offre il campo sul quale sono disposte altre quattro figure;
prima tra tutte quella di Maria e di Giovanni,
poste alle estremità delle braccia, rispettivamente a
sinistra e a destra. Sotto le braccia di Gesù, in corrispondenza
delle figure, corrono le due scritte : "MULIER ECCE FILIUS
TUUS", e "AD DISCIPULUM AUTEM ECCE MATER TUA"
(Gv.,19, 26-27).
lla
sommità della croce, entro una mandorla portata da due
angeli, è rappresentata l'Ascensione di Gesù,
scena tagliata in atto dal restauro cinquecentesco.
Tra l'Ascensione e la testa di Cristo si incontrano due registri,
il primo con i busti del Sole e della Luna, che
dichiarano la maestà di Gesù sul giorno e sulla
notte, e il secondo un'iscrizione su due righe: "IHS NAZARENUS
/ REX IUDEORUM."
Nella
traccia inferiore del suppedaneo si trova la scena della Discesa
di Cristo al Limbo, tratta dai Vangeli apocrifi.
L'ultima scena in basso rappresenta un Santo Vescovo benedicente
seduto, davanti al quale è inginocchiato un offerente
.
A sinistra un angelo turibolo dà solennità ai personaggi,
nei quali sono stati riconosciuti S. Eusebio e il vescovo Leone.
Le
decorazioni sul retro della croce rappresentano i simboli della
Passione, dipinti in tempera magra, forse dalla bottega di Giuseppe
Giovenone il Giovane, nel Cinquecento.
Tutta la decorazione era pensata in funzione alla posizione dell'oggetto.
Il Crocefisso, infatti, era appeso al circone della navata centrale,
davanti al presbiterio.
I fedeli potevano ammirare riflettere sulle scene della Passione,
enfatizzate dalla resa con materiale prezioso; i canonici, invece,
ammiravano e riflettevano sui meno immediati simboli della Passione.
Dal
restauro resosi irrinunciabile dopo l'atto vandalico del 1983,
fu possibile ricostruire filologicamente le diverse fasi che
l'opera subì prima di assumere la forma attuale.
Con stupore sono state trovate nel riempimento strisce di tovaglia
di lino d'altare di fine Duecento - inizi Trecento, assieme alla
constatazione della differenza fra lamine di epoche diverse.
Interventi che dimostrano la costante venerazione dei Vercellesi
per quest'oggetto sacro.
Nella
quinta cappella, dove oggi è collocato un semplice Crocefisso,
era esposto, in passato, il grande Crocefisso argenteo distrutto
da un atto vandalico nella notte tra il 23 e il 24 ottobre 1983,
che fece ritorno a Vercelli, nella nuova ubicazione della cappella
del Beato Amedeo, in occasione della Pasqua 1995.
L'ultimo
altare della navata destra è ornato da una tela di Pier
Francesco Guala che raffigura S. Ambrogio nell'atto di pregare
S. Eusebio in gloria; alla parete sinistra è murata la
lapide sepolcrale di S. Eusebio.
La mensa d'altare è poi un sarcofago del VI secolo che
riporta l'iscrizione mortuaria di S. Flaviano.
Ponendosi
sotto la cupola si può ammirare appieno l'estensione del
duplice presbiterio, progettato da Pellegrino Tibaldi.
Dietro
l'altare maggiore troneggia la statua di S. Eusebio, eseguita
alla metà del Settecento dal Mançon. Sulla parete
absidale si trova lo statuv de bonbon, cioè i quattro
rilievi in stucco eseguiti da Giovanni Battista Bernero nel 1782,
su disegni del Mayer che raccontano episodi della vita di Eusebio
riportati nella Vita antiqua.
Gli
stalli del coro attuale risalgono al 1882, ma si possono ancora
vedere piccoli frammenti del coro ligneo cinquecentesco dei fratelli
Sacca.
Nel
primo presbiterio sono apprezzabili l'organo del 1910, opera
di Vincenzo Mascioni, dotato di 2370 canne, il baldacchino e
gli altorilievi risalenti alla fine del Settecento.
A destra si trova poi la cattedra, realizzata dalle sorelle Ballan
nel 1989 e l'altare e l'ambone dello scultore Vogliazzi, compiuti
nel 1983-84.
Procedendo,
si incontra l'altare a sinistra del presbiterio, che in un tabernacolo
del 1715 conserva il Ss. Sacramento.
L'altare fu realizzato da Francesco Rusca Castillo, e in esso
si conserva la cosiddetta Madonna dello schiaffo, ciò
che tradizionalmente rimane del pergamo ritenuto antelamico distrutto
nel 1570.
L'altare
successivo è dedicato a S. Filippo Neri, ricordato
in una tela del XVIII sec.
Di seguito si apre la grandiosa cappella dedicata a S. Eusebio,
decorata da Francesco Grandi con affreschi che riportano episodi
della vita di Eusebio e di quattro santi vescovi vercellesi:
Limenio, Giustiniano, Emiliano e Onorato.
Accanto al Grandi, Carlo Costa e Francesco Porzio si occuparono
rispettivamente della decorazione generale della cappella e della
parte scultorea.
Dopo
la cappella di S. Eusebio si incontra l'altare dei santi Donato
e Guglielmo con una tela del XVIII secolo.
Pregevolissimo è il busto reliquiario di S. Pantaleone
martire, in lamina di rame quattrocentesca.
Subito dopo c'è la cappella di S. Elena e S. Emiliano,
con un dipinto di Ubaldo Gandolfi.
Procedendo
ancora si incontra il fonte battesimale e, presso la porta centrale
del '700, la statua scolpita da Ercole Villa dedicata a Giovanni
Gersen, abate benedettino, cui veniva erroneamente attribuita
l'Imitazione di Cristo.
Uscendo
dalla stessa porta per cui si è entrati non si può
fare a meno di notare la grande pala appoggiata al pilastro sinistro
dell'arco di raccordo col presbiterio, opera di Gaetano Gandolfi
che rappresenta il Martirio di S. Eusebio.
Si
conclude così questa carrellata che, pur non avendo la
pretesa di esaurire tutto lo scibile su una realtà complessa
come quella del Duomo, vuole solo essere uno spunto di riflessione:
per riconoscersi nella propria dignità di uomini nella
storia, basta guardare attentamente e interrogarsi.
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